Nel
mondo vi sono chissà quante varietà di lingue e nulla è senza un proprio
linguaggio; ma se io non conosco il valore del suono sono come uno straniero per
colui che mi parla, e chi mi parla sarà uno straniero per me. I Corinzi
14,10-11
Nell’esecuzione musicale il musicista si imbatte in una moltitudine di linguaggi
diversi che devono entrare in relazione armonica tra di loro:
- il linguaggio del corpo, ossia
la specificità dei tessuti e degli organi che lo compongono: la pelle, le
articolazioni, i muscoli, gli organi interni, le ghiandole endocrine, i liquidi
corporei, gli organi sensoriali, il sistema nervoso…
- il linguaggio del suono, con
la complessità e la variabilità dei suoi parametri e dei fenomeni acustici
correlati: suono fondamentale, armonici, vocali, vibrato, formanti, sottoformanti, eco, riverbero, diffrazione, risonanza…
- il linguaggio della musica,
con le sue strutture melodiche, armoniche, ritmiche, agogiche, dinamiche, la
prassi esecutiva, l’interpretazione, gli stili…
- il linguaggio della lingua
parlata, con l’articolazione di vocali e consonanti, con le caratteristiche
fonetiche specifiche di ciascuna lingua, con il significato testuale esplicito e
recondito…
- il linguaggio della
quotidianità, con le sue richieste fatte di tempi, luoghi, interazioni
personali, azioni, pensieri… Il
linguaggio del corpo
Se ci rivolgiamo agli organi e ai tessuti del
corpo osservandoli nelle loro caratteristiche specifiche potremo scoprire molti
elementi affascinanti, che riducono però il nostro corpo ad un insieme di parti
molto diverse tra loro e apparentemente non comunicanti, o comunicanti in
maniera ridotta e selettiva.
Questo modo di considerare il corpo separa e
limita il musicista alle parti del corpo apparentemente interessate
all’esecuzione musicale sul piano motorio:
-per uno
strumentista a corda saranno determinanti le mani, le spalle, le dita, la
colonna vertebrale, la postura della testa…
-per uno
strumentista a fiato oltre alle precedenti saranno determinanti l’apparato
respiratorio, le labbra, la cavità orale…
-per un cantante
saranno determinanti la laringe, l’apparato respiratorio, il tratto vocale…
-per un direttore
saranno le mani, le braccia, la mimica facciale…
Ma esiste un principio che all’interno del corpo
è in grado di unificare tutti gli elementi e il corpo di tutti i musicisti?
Esiste un principio che si ritrova costantemente, anche se sotto forme
apparentemente diverse?
Sul piano della materia non potremo trovare una
risposta, essendo diversi i pesi, le densità, il colore, la composizione
chimica, la forma, la struttura interna e la funzione degli organi, dei tessuti
e degli apparati.
Se lasciamo però che il nostro sguardo si sposti
dalle funzioni specifiche alla modalità attraverso cui gli organi e i tessuti
assolvono alla loro funzione incontriamo diversi principi comuni:
-l’essere dotati di
recettori e dunque la capacità di reagire
-la presenza di
‘messaggeri’ e dunque il dialogo costante con gli altri sistemi
-la costante
oscillazione intorno ad un ‘punto zero’ fisiologico
-la ciclicità dei
decorsi funzionali
-l’esistenza di
determinate proporzioni ottimali
-la presenza di una
soglia funzionale flessibile e modificabile
-il costante
rinnovamento cellulare
Il linguaggio del suono
Nel considerare il suono e i fenomeni acustici
ritroviamo la stessa complessità e diversità di fattori appena descritti per il
corpo:
-l’oscillazione del
suono fondamentale non potrà mai raggiungere sul piano numerico quella dei suoi
armonici
-le vocali sono
composte da due-tre formanti ciascuna, diverse da individuo a individuo e da
nota a nota
-ogni strumento
musicale possiede una propria formante specifica
-le sottoformanti e
gli altri suoni ‘fantasma’ che vengono creati dalla nostra percezione sfuggono
alla misurazione e alla definizione oggettiva
-l’eco, il
riverbero, il rimbombo e gli altri fenomeni acustici dipendono da fattori in
gran parte esterni al suono stesso e con scarse possibilità di controllo diretto
o manipolazione da parte dell’esecutore.
Anche per quanto riguarda il suono dobbiamo
porci la domanda se esista un principio in grado di unificare tutti i fenomeni e
condurli ad un livello più elevato di organizzazione.
Sul piano dei numeri, dell’aspetto esteriore e
misurabile del suono non troviamo concordanza, ma se ci rivolgiamo all’insieme
di relazioni che il suono intesse al proprio interno troviamo una sorprendente
unità e indipendenza da fattori esterni quali la sorgente sonora o l’ambiente in
cui il suono si propaga:
-l’onnipresente
principio dell’oscillazione, l’alternarsi di espansione e contrazione, percepito
da tutte le modalità sensoriali sotto forma di pulsazione-vibrazione
-il debito che gli
armonici devono al suono fondamentale per il loro sviluppo e il ripresentarsi
‘immateriale’ del suono fondamentale in tutta la struttura verticale del suono
nella distanza tra un armonico e l’altro
-il principio della
proporzione
-l’importanza della
forma nel determinare lo sviluppo di tutti i parametri (formanti della vocale,
formanti del cantante, forma del vibrato)
-la capacità di
generare sempre nuove forme e nuova ‘sostanza’ sonora
-la flessibilità nel
reagire a minime variazioni nell’ambiente esterno o all’interno di sé stesso,
che si manifesta in una grande creatività nella struttura sonora
-l’indipendenza e la
stabilità unificante delle formanti del cantante e del vibrato rispetto alla
mutevolezza del suono fondamentale e delle vocali
Il linguaggio della musica
La musica presenta una variabilità di fattori
ancora più elevata all’interno di sé:
-Diverse epoche,
diverse culture hanno prodotto e producono materiali musicali (musiche e
strumenti musicali) anche molto lontani tra loro
-Le aggregazioni
ritmiche, melodiche e armoniche sono potenzialmente infinite
-L’agogica e la
dinamica, con la loro infinita possibilità di sfumature, fanno spesso discutere,
separano gli interpreti e i loro estimatori e riempiono i libri di
interpretazione stilistica o le recensioni discografiche
-Gli esecutori si
specializzano e si differenziano sempre più non solo per lo strumento suonato,
ma anche per il repertorio eseguito, per la ‘corrente’ interpretativa a cui si
richiamano
-La didattica si
adegua, producendo una innumerevole varietà di insegnamenti musicali e
stilistici.
Ma qual è la natura profonda della musica? Da
dove è nata? A quali bisogni dell’uomo risponde?
A tutte e tre queste domande troviamo un’unica
risposta: oscillazione.
-L’oscillazione è il
comune denominatore di ogni suono sul quale si fonda ogni musica
-L’oscillazione è il
principio costruttivo di ogni strumento musicale
-L’oscillazione è il
germe di ogni melodia, di ogni ritmo e di ogni successione armonica, i quali,
nella loro infinita varietà, non sono altro che la manifestazione dilatata nel
tempo della ricchezza di forme in cui l’oscillazione primaria si scompone in
ogni singolo istante
-L’oscillazione è la
materia prima alchemica che viene modellata dall’agogica e dalla dinamica
-L’oscillazione è il
bisogno primario di ogni essere vivente
Il linguaggio della lingua parlata
Anche se questo linguaggio sembra essere un
problema ed una peculiarità esclusiva dei cantanti, esso permea in realtà tutte
le forme musicali, che nascono dagli stilemi propri della lingua parlata e da
essa prendono in prestito anche gli stessi vocaboli: fraseggio, accenti forti e
deboli, prosodia, metrica, “discorso” musicale, ecc.; anche lo strumentista
‘verbalizza’ l’esecuzione musicale come se stesse declamando un testo.
Il linguaggio della lingua parlata sembra dunque
rappresentare un mondo a sé, con regole e caratteristiche specifiche e
differenziate:
-La diversa
articolazione di ciascuna vocale, di ciascuna consonante e fonema
-Le caratteristiche
fonetiche specifiche di ciascuna lingua
-Gli influssi
condizionanti della madrelingua dell’esecutore
-Il modo tipico di
cadenzare o cantilenare di ciascuna lingua
-Il rendere chiaro
il significato testuale esplicito e recondito
-Il conferire
carattere emozionale-espressivo al testo
La voce si è sviluppata molto prima dello
sviluppo del linguaggio, e la voce cantata prima della voce parlata. È
plausibile che le prime forme linguistiche di comunicazione verbale all’interno
della specie siano consistite in lunghe vocalizzazioni, tramite le quali gli
individui comunicavano agli appartenenti al proprio gruppo i propri stati o i
propri bisogni. La ricchezza comunicativa contenuta in un unico suono si è un
po’ alla volta concretizzata in una varietà sempre maggiore di qualità sonore
corrispondenti alla crescente consapevolezza acquisita dagli individui delle
sfumature esistenti tra stati e bisogni diversi. Da qui lo sviluppo delle
lingue specifiche all’interno di ciascun gruppo, che si differenziava così dagli
altri gruppi. La comparsa delle consonanti ha ulteriormente sancito lo
spezzettamento temporale delle originarie vocalizzazioni, mentre lo sviluppo
delle aree linguistiche negli emisferi cerebrali, soprattutto quelle
dell’emisfero sinistro, ha allontanato sempre più l’individuo dall’origine
“sonora” e musicale del linguaggio parlato.
Il successivo progressivo sviluppo dell’emisfero
sinistro come emisfero dominante nell’esecuzione musicale ha allontanato sempre
più il musicista dal contatto della parola con la vibrazione del suono,
“obbligandolo” a compensare questa perdita con il “surrogato” dell’articolazione
esagerata, dell’intenzione e “verbalizzazione” musicale, dell’espressività del
testo, della fedeltà al personaggio, ecc.
Come ritrovare dunque l’unità all’interno della
lingua parlata e tra le lingue del mondo? È necessario riconoscere gli elementi
originari da cui esse sono scaturite:
-la vocalizzazione
cantata, ossia l’oscillazione regolare, ininterrotta ed equilibrata delle corde
vocali nella laringe
-lo sgorgare del
suono dagli strati cerebrali più profondi (tronco cerebrale e sistema limbico),
e quindi la sua valenza nel comunicare stati e bisogni profondi dell’individuo
-il ruolo originario
delle consonanti di “con-suonare” insieme alle vocali, di essere cioè elementi
di arricchimento sonoro e frequenziale e non di frammentazione
-lo stretto legame
tra vibrato vocale e articolazione sillabica
-la funzione del
vibrato nella trasmissione di contenuti emozionali
Il principio dell’oscillazione ricompare ancora
una volta come un denominatore comune di funzioni apparentemente tanto diverse.
Il linguaggio della quotidianità
Con la voce parlata siamo già approdati nel mondo
della quotidianità, dove essa regna sovrana nella comunicazione sociale tra le
persone.
Il mondo della quotidianità è però costellato da
un’infinità di altri fattori che sembrano non avere molto a che fare con la
musica:
-la presenza del
tempo e degli orari, ossia la manifestazione esterna di un vivere proiettati in
avanti sulla linea temporale o nel rimpianto-rimuginare del passato
-il rispetto di
convenzioni e aspettative sociali, ossia il vivere costantemente nelle
proiezioni esterne a sè
-la dominanza della
logica e della razionalità e la repressione del paradosso, della non-logica, del
non-comprensibile
-l’ininterrotto
chiacchiericcio mentale e il soffocamento del pensiero per immagini e sensazioni
-il controllo a cui
vengono sottoposte le proprie parole, le proprie azioni, le proprie emozioni, le
spontanee manifestazioni del sistema vegetativo
-la dominanza del
piano dell’intenzione destinata a produrre un determinato effetto, ossia la
dominanza della motricità rispetto alla sensorialità
-la mancanza di
contatto con il proprio interno
Il musicista che viva questo universo di fattori
diversi separato dal momento musicale non potrà che vivere un’ulteriore
scissione all’interno di sé. La musica, la vibrazione e l’oscillazione sono
fattori talmente totalizzanti che non è possibile essere un artista “ad ore”,
entrare in uno stato di profonda fusione tra corpo, suono e strumento nel
momento dell’esecuzione musicale, e ripiombare nell’estraneità e nella
separazione per il resto della giornata.
Lo stress che il mondo della quotidianità
trasferisce nel mondo della musica si riconosce dalla presenza di termini quali
-intenzione
musicale,
-applicarsi,
-adattarsi,
-correggersi,
-controllare,
-rispettare,
-esercitarsi,
-sforzarsi,
-interpretare,
-virtuosismo
-appoggio,
-sostegno,
-pulizia,
-precisione,
-concentrazione,
-perfezione
Fermiamoci un attimo e chiediamoci qual è stata
la reazione dei nostri tessuti interni a questi termini. Riconosciamo in questa
sensazione interna uno stato di benessere? È questa reazione che ci attendiamo
di lasciar crescere dentro di noi nel fare o ascoltare musica?
Poniamoci ora un’altra serie di termini, dandoci
qualche secondo per ciascuno di essi e osserviamo ancora qual’è la reazione dei
nostri tessuti interni:
-dedizione,
-neutralità,
-lasciar accadere,
-vitalità,
-vibrazione,
-equilibrio,
-calma…
Chiediamoci ancora se da qualche parte al nostro
interno vi è una sensazione che ci dice “così sto bene”. È questa reazione che
ci attendiamo di lasciar crescere dentro di noi nel fare o ascoltare musica?
Quale di queste due serie di termini è in grado
di unire la nostra quotidianità con il far musica? Quale di queste due serie di
termini è più vicina all’oscillazione ad alta frequenza del suono?
Corpo, suono, musica, lingua parlata e
quotidianità hanno quindi ciascuno una propria grammatica, e questi diversi
linguaggi devono fondersi l’uno nell’altro se non vogliamo sperimentare una
inevitabile scissione e sofferenza nell’esecuzione musicale. Se non trovassimo
una lingua comune tra questi sistemi così complessi e diversi, limiteremmo la
nostra crescita evolutiva; questo accadrebbe se ogni linguaggio volesse
mantenere la propria specializzazione, il che in realtà significa soprattutto
voler mantenere delle abitudini molto radicate ed ha la sua origine nella paura,
perchè con ciò che già so mi posso sempre arrangiare, con il nuovo non lo so...
Se ci orientiamo agli elementi comuni che questi
linguaggi possiedono, ossia il linguaggio dell’oscillazione, nelle sue due
manifestazioni vibratoria (ad alta frequenza) e pulsante, e lasciamo che
l’oscillazione diventi l’ordinatore supremo a cui tutti i linguaggi si
sottomettono, potremo sperimentare una fusione e un’unità al nostro interno che
ci farà sperimentare una immediata sensazione di leggerezza e di appagamento.
“Apparvero loro lingue come di fuoco che
si dividevano e si posarono su ciascuno di loro; ed essi furono tutti pieni di
Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue come lo Spirito dava loro
il potere d’esprimersi. (…) La folla si radunò e rimase sbigottita, perché
ciascuno li sentiva parlare la propria lingua” (Atti
2, 3-6)
Che i linguaggi del corpo e del suono incontrino
la musica e la vita è in realtà una sfida immensa…
Maria Silvia Roveri – novembre 2007
P.S. Il germe da cui questo scritto è fiorito
risale ad alcune lezioni e conversazioni con Gisela Rohmert che hanno avuto
luogo tra il 1997 e il 1999; a lei il mio riconoscimento, affetto e gratitudine.